L’open space sembrava la conquista definitiva per le case moderne: unire cucina e salotto, cancellare ogni confine, vivere in spazi aperti. Ma oggi molti cercano la porta che prima volevano abbattere. Tornare a separare le stanze non è solo nostalgia, ma una risposta concreta ai disagi di una quotidianità troppo “aperta”.

Negli ultimi vent’anni la rimozione dei muri portanti, almeno nell’immaginario, è diventata quasi un’ossessione. Progettisti, costruttori e agenti immobiliari hanno puntato tutto su ambienti fluidi e continui, giurando che “più luce uguale più spazio”. Ma chi ha vissuto davvero in un open space, specie in appartamenti sotto i 90 mq, ha scoperto l’altra faccia della medaglia. Il risultato spesso è un salotto che non si distingue dalla cucina, odori che restano appiccicati a tende e divano, e una sensazione perenne di disordine.
La pandemia ha dato il colpo di grazia. Videochiamate, smart working, bambini che giocano: il sogno della zona giorno unica è diventato una fonte costante di distrazioni e stress acustico. Gli architetti, oggi, ascoltano richieste diverse: si torna a progettare separazioni, sia pure trasparenti, flessibili o temporanee. Perché la porta, quando serve, diventa una barriera psicologica indispensabile per il benessere.
Il tramonto di un mito: perché l’open space non convince più
Non è solo una questione di odori o di acustica. Nelle case compatte, la mancanza di divisioni ha peggiorato il senso di caos. L’illusione della continuità spesso si scontra con la realtà di spazi vissuti da più persone, ognuna con i propri tempi. Basta una cena improvvisata o un lavoro urgente al computer per trasformare il salotto in una zona franca dove tutto è “in mezzo”.
Lo stress acustico merita un capitolo a parte. Con i nuovi ritmi di lavoro da casa, una telefonata in cucina diventa impossibile senza interferenze. E poi ci sono gli elettrodomestici: una lavastoviglie in funzione è il sottofondo per chi legge sul divano. Le cappe aspiranti, anche le più avanzate, non bastano: dopo due ore di cucina, il profumo del soffritto aleggia ovunque. Persino i tendaggi vanno lavati più spesso.
Il ritorno della “Cucina Abitabile” (ma moderna)
Un tempo la porta della cucina si chiudeva per non vedere i piatti sporchi. Oggi la motivazione è più sottile: serve uno spazio dove isolarsi, dove poter dire “torno tra dieci minuti” e ritrovare un po’ di silenzio. La cucina torna stanza a sé, ma senza perdere le qualità del progetto contemporaneo. Vetrate, pareti scorrevoli, materiali fonoassorbenti: la tecnologia non elimina i confini, li rende dinamici.
Separare la zona operativa da quella conviviale aiuta anche l’ordine mentale. Chi cucina sa quanto pesa avere sempre qualcuno che passa dietro. In una cucina autonoma, ogni oggetto torna al proprio posto senza la pressione costante di “tenere tutto in vista”.
C’è poi il lato pratico: riscaldare o raffrescare un ambiente più piccolo è questione di minuti, non di ore. Le bollette lo confermano: meno volume da gestire significa meno consumi.
Soluzioni 2026: come “chiudere” senza murare
I progettisti non vogliono tornare ai corridoi di una volta. La vetrata a tutta altezza è il compromesso più scelto: luce garantita, odori e rumori fuori dal soggiorno. Chi preferisce la flessibilità punta su pareti mobili o pannelli scorrevoli, spesso realizzati con materiali leggeri e design minimale.
Nei loft urbani si vedono librerie bifacciali, installate come barriere morbide per separare aree diverse senza bloccare lo sguardo. Non mancano le soluzioni “verdi”: una fila di piante alte divide zona pranzo e salotto, filtrando aria e suoni.
In una casa davvero vissuta, l’arredo risolve spesso più della muratura. Una madia compatta, una tenda pesante, anche un tappeto a pelo lungo possono bastare per ritagliare spazi diversi dentro una stanza unica.
Vivere meglio in spazi definiti
Serve dirlo: la divisione tra cucina e soggiorno non è solo una questione estetica. Un confine netto tra le funzioni della casa alleggerisce la mente. Il nostro cervello ha bisogno di “ripartire”, di passare dalla modalità lavoro a quella relax senza essere travolto dal caos visivo. Gli psicologi parlano di “igiene percettiva”: meno stimoli, meno fatica cognitiva.
E poi c’è il ritorno dell’intimità. Un angolo raccolto, una porta chiusa, un divano sistemato in una nicchia. Si riscopre il piacere di avere un piccolo rifugio, senza rinunciare alla luce e alla praticità.
Il consiglio vero? Prima di abbattere l’ennesimo muro, chiedersi se la casa che immaginiamo è davvero quella che ci fa vivere meglio. Spesso la risposta sta in una porta scorrevole, non in un open space.
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